DUE PAROLE CHE POSSONO CAMBIARE IL TUO STATO EMOTIVO. Quando dare un nome a ciò che senti diventa un atto di guarigione
- Sonia Genesini

- 3 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Quante volte ti è capitato di sentirti agitata, triste, arrabbiata o sopraffatta senza riuscire a capire davvero cosa stavi provando?
Magari hai pensato:
"Sto male."
"Non mi sento bene."
"Ho qualcosa dentro che non riesco a spiegare."
Eppure, proprio in quel momento, potrebbe esserci una chiave semplice e potente per aiutarti a ritrovare chiarezza: dare un nome all'emozione.
Non una spiegazione. Non un'analisi. Non una soluzione.
Solo un nome.
E la cosa affascinante è che questa intuizione non arriva soltanto dai percorsi di crescita personale o dalla meditazione, ma anche dalle neuroscienze.
La scoperta di Matthew Lieberman
Matthew D. Lieberman è professore di Psicologia, Psichiatria e Scienze Biocomportamentali presso la UCLA (University of California, Los Angeles).
Nel 2007 ha pubblicato insieme ai suoi collaboratori uno studio scientifico diventato molto noto nel campo delle neuroscienze emotive: Putting Feelings Into Words: Affect Labeling Disrupts Amygdala Activity in Response to Affective Stimuli, pubblicato sulla rivista Psychological Science.
L'obiettivo della ricerca era comprendere cosa accade nel cervello quando una persona mette in parole ciò che sta provando.
Cosa hanno scoperto i ricercatori
Durante lo studio, i partecipanti osservavano immagini emotivamente intense mentre veniva registrata la loro attività cerebrale tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI).
In alcune condizioni i partecipanti dovevano semplicemente osservare le immagini.
In altre veniva chiesto loro di identificare verbalmente l'emozione percepita.
I risultati mostrarono qualcosa di molto interessante:
quando le persone attribuivano un nome all'emozione, diminuiva l'attività dell'amigdala — una struttura cerebrale coinvolta nelle risposte emotive intense e nei segnali di allarme — mentre aumentava l'attività della corteccia prefrontale ventrolaterale destra, una regione associata alla regolazione delle emozioni.
In altre parole, dare un nome a ciò che sentiamo sembra aiutare il cervello a passare da una modalità reattiva a una modalità più consapevole.
Non raccontare la storia. Nomina l'emozione.
Spesso diciamo:
"Mi sembra che nessuno mi capisca."
"Ho paura che tutto stia andando male."
"Sento che sto sbagliando tutto."
Ma queste sono interpretazioni della situazione.
Le emozioni sottostanti potrebbero essere:
solitudine
paura
vergogna
tristezza
rabbia
delusione
impotenza
Quando troviamo la parola giusta, qualcosa dentro di noi inizia ad organizzarsi.
L'esperienza non sparisce. Ma smette di essere un vortice indistinto.
Un invito ad ascoltarti
Nel mio lavoro come coach olistica, spiritual quantum coach, operatrice Reiki e di palming energetico, incontro spesso donne che sì, sentono profondamente le proprie emozioni, ma faticano a riconoscerle davvero.
Nessuno ci ha insegnato davvero a riconoscere ciò che sentiamo.
Nel percorso 𝕄𝕦𝕤𝕚𝕔𝕒 ℂ𝕦𝕠𝕣𝕖 𝕄𝕠𝕧𝕚𝕞𝕖𝕟𝕥𝕠, impariamo a creare uno spazio sicuro dove le emozioni possono essere accolte senza giudizio.
Perché la guarigione non nasce dal controllare ciò che sentiamo.
Nasce dal permetterci di sentire.
Con dolcezza.
Con rispetto.
Con amore verso noi stesse.
E forse tutto può iniziare da una semplice domanda:
"Come si chiama ciò che sto provando in questo momento?"
A volte una sola parola può aprire una porta che era rimasta chiusa per anni.
Molte donne arrivano con emozioni che sentono profondamente ma che non hanno mai imparato a riconoscere.
Per anni ci hanno insegnato a essere forti.
A controllarci.
A non piangere.
A non disturbare.
A volte persino a vergognarci di ciò che sentiamo.
Ma un'emozione che non viene riconosciuta continua a chiedere attenzione.
Può manifestarsi come tensione, chiusura, agitazione, stanchezza o un senso di pesantezza difficile da spiegare.
Ogni emozione porta con sé un messaggio.
La paura può chiederti protezione.
La tristezza può chiederti ascolto.
La rabbia può indicarti un confine che ha bisogno di essere rispettato.
Quando impariamo a dare un nome alle nostre emozioni, smettiamo di combatterle.
Iniziamo invece ad ascoltarle.
Ed è proprio da questo ascolto che nasce la consapevolezza.
Il primo passo non è cambiarla. È incontrarla.
Una piccola pratica da provare
La prossima volta che senti qualcosa di intenso, fermati per qualche istante.
Respira.
Poi chiediti:
"Come si chiama questa emozione?"
Non chiederti perché.
Non chiederti cosa dovresti fare.
Non cercare subito una soluzione.
Cerca semplicemente il nome più vicino a ciò che senti.
Forse sarà:
paura
rabbia
tristezza
delusione
vergogna
solitudine
gioia
gratitudine
Non serve essere perfetti.
Anche il semplice tentativo di dare un nome a ciò che stai vivendo può aiutarti a creare uno spazio di maggiore consapevolezza.
La consapevolezza inizia da qui
Molto spesso pensiamo che per stare meglio servano risposte complesse.
A volte invece il primo passo è sorprendentemente semplice.
Fermarsi.
Ascoltarsi.
E avere il coraggio di dire:
"Questa è paura."
"Questa è tristezza."
"Questa è rabbia."
Perché ciò che viene riconosciuto può iniziare a trasformarsi.
E ciò che viene accolto con presenza perde lentamente il potere di guidare la nostra vita nell'ombra.
Un abbraccio.
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Riferimento scientifico
Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., & Way, B. M. (2007).
Putting Feelings Into Words: Affect Labeling Disrupts Amygdala Activity in Response to Affective Stimuli.





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