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LA STANCHEZZA DEL DIMOSTRARE. Come vivere in modo più leggero. 

Aggiornamento: 17 mar



La stanchezza che non nasce dal fare troppo

ma dal dover dimostrare di essere abbastanza.



Cè una stanchezza che non passa dormendo.

Una stanchezza sottile, profonda, che resta anche quando apparentemente “non hai fatto poi così tanto”.


È quella sensazione di arrivare a fine giornata svuotata

e, allo stesso tempo, con un nodo dentro che sussurra:

“Avrei potuto fare di più.”


È la fatica di riposare senza sentirsi in colpa.

Di dire sì mentre dentro il corpo vorrebbe dire no.

Di sentire ogni critica come se parlasse del tuo valore, non solo di ciò che fai.

È quella corsa silenziosa che ti porta a guardare già al prossimo obiettivo

ancora prima di aver sentito la gioia di quello appena raggiunto.


Ti senti a posto solo quando produci.

Quando aiuti.

Quando dimostri.

E pian piano questa diventa la normalità.


Vite diverse, storie diverse…

ma lo stesso meccanismo profondo.

Un’idea che si insinua senza fare rumore,

furtiva, come qualcosa che si è imparato molto presto:

 Il mio valore dipende da quello che faccio.

 Da quanto riesco.

 Da quanto sono utile.


Conosco bene questo schema.

L’ho abitato per anni.


E sì, funziona…

ma a lungo andare consuma, irrigidisce, spegne.


Perché finché questa convinzione resta viva,

sarai disposta a tutto pur di dimostrare.

Anche ad annientarti.


Forse eri tu quella che “doveva reggere”.

Quella che capiva subito l’umore di mamma o papà.

Quella che cercava di non dare problemi.

Forse l’amore arrivava soprattutto quando facevi bene.


Un bel voto.

Un comportamento impeccabile.

Un risultato.

E insieme, magari, anche frasi come:

“Sei troppo sensibile.”

“Non sei portata.”

“Tuo fratello sì che è bravo.”


Col tempo non senti più solo le parole.

Diventi tu quell’etichetta.

E così la vita diventa una lunga dimostrazione.

Nel lavoro.

Nelle relazioni.

Persino nella crescita personale.

 

Quello che oggi chiamiamo ambizione, perfezionismo, bisogno di riuscire,

spesso è solo una vecchia strategia di sopravvivenza

che continua a cercare di sistemare un passato che non c’è più.


Da dove ti muovi?


Il punto non è cosa fai.

È da dove lo fai.

Finché scegli, lavori, ti impegni per sentirti una persona valida,

una buona madre, una partner giusta, una donna realizzata,

starai sempre scappando dalla stessa paura silenziosa:

“Forse, così come sono, non basto.”


E allora la vita diventa un pendolo.

Raggiungi qualcosa → ti senti a posto per un attimo.

Poi l’equilibrio si rompe di nuovo.

Se investi tutto nel lavoro, arriva la voce che dice che stai trascurando altro.

Se investi tutto nella famiglia, arriva la voce che dice che ti stai perdendo.

Se ti fermi, ti senti indietro.

Se corri, ti senti in colpa.

Il ciclo continua.

Cambia solo la forma.


E no, non stiamo parlando di diventare passive.

Non stiamo parlando di rinunciare ai sogni.

Non stiamo parlando di mollare tutto.

Stiamo parlando di cambiare il motore, non il movimento.


Puoi continuare a creare, fare, costruire, crescere.

La differenza è la qualità interna da cui nasce l’azione.

Quando l’azione nasce dalla paura di non valere,

nel corpo c’è sempre tensione.

Anche nei successi, sotto, resta instabilità.

Quando invece l’azione nasce dalla presenza,

dal sentire di essere già intera,

allora fai, ti impegni, dai il massimo…

ma il tuo valore non è più in gioco ogni volta.


Il tuo valore


Tutto cambia: ciò che fai, i ruoli,

le relazioni, le fasi della vita.


C’è una prospettiva “relativa”

in cui il valore sembra salire e scendere con i risultati.

E poi c’è una prospettiva più profonda,

quella che il corpo conosce quando finalmente si rilassa,

in cui il valore non si guadagna e non si perde.

Non aumenta quando riesci.

Non diminuisce quando sbagli.

È una qualità dell’essere.

La prima domanda allora diventa:

 Da dove sto guardando me stessa?

 Dal fare o dall’essere?


La vera rottura dell’identità


Non è una questione di cambiare lavoro.

O allontanarsi da qualcuno.

O fare più meditazione, più yoga, più respiri fatti “bene”.

Perché se l’identità di fondo resta la stessa,

lo schema si ricrea altrove.

Prima viene l’identità. Poi le scelte.


Altrimenti anche il riposo diventa un compito.

Anche il respiro diventa qualcosa da fare meglio.


La scorciatoia che ho capito con il tempo è questa:

lavora sul presupposto.

Chiediti con dolcezza e onestà:

Perché credo che fermarmi mi renda sbagliata?


Finché questa convinzione resta viva,

ogni tecnica rischia di diventare un altro dovere.


Il vero bivio è questo:

continuo a nutrire l’identità che mi ha permesso di sopravvivere

ma oggi mi sta esaurendo?

Oppure ascolto quella parte di me che sente

che correre così non ha più senso?

In quel momento non stai scegliendo tra due azioni.

Stai scegliendo tra due modi di abitarti.

Ed è da lì che può nascere un movimento nuovo.


Più vero.

Più vivo.

Più tuo.


Ti abbraccio


 
 
 

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